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Opere di Alfredo Oriani

Le poesie

Monotonie (1878). Pubblicate dallo Zanichelli nel 1878, l’anno successivo a quello delle Odi barbare e degli stecchettiani Postuma. Le poesie non presentano alcun tratto di originalità tematica o stilistica, e parvero brutte ai pochi contemporanei che le lessero, compreso l’autore stesso, almeno vent’anni dopo, quando scriveva: «Non sono e non fui poeta, e la più sconsolante delle prove sta appunto in un mio libro, meritatamente dimenticato, di versi». Compreso il Carducci, cui è dedicata la più lunga e impegnativa delle diciassette liriche di cui consta la raccolta, A Giosuè Carducci (Odi barbare) risposta di un Barbaro, appunto, ed al quale Ottone di Banzole aveva inviato, il 27 ottobre, un esemplare del libretto, accompagnandolo con una breve lettera a cui non ebbe mai risposta Quel silenzio scortese dovette ferire l’orgoglio di Oriani, che non era solito dimenticare gli affronti subiti.

L’opera narrativa

La prima stagione della produzione narrativa di Oriani copre poco meno di un decennio, dal 1873 al 1881, e si articola su tre romanzi e due volumi di racconti.

Memorie inutili (1876), edite da Sonzogno nel 1876 ma scritte tre anni prima, sono l’opera prima, il romanzo-autobiografia di un ventenne d’ingegno che ha la testa piena di letture affastellate (Hugo, Balzac, Leopardi, Foscolo, Proudhon, ma sopra tutti Byron e Guerrazzi); che ha subito un bruciante scacco sentimentale («ella mi aveva rifiutato perché povero»); che presume di aver già percorso un lungo e definitivo itinerario filosofico; che riempie seicento pagine di una prosa liricheggiante e sentenziosa, in cui c’è sfoggio di analisi psicologiche e di citazioni letterarie e filosofiche; e che si aspetta, pubblicandole, di mettere a rumore il mondo delle patrie lettere. Il quale invece ignorò del tutto il libro.

Al di là (1877) Il secondo romanzo, scritto nel 1875-‘76 e pubblicato nel ‘77 a Milano (nel manoscritto il titolo è Uomo o donna?). La storia, un amore passionale tra due donne, la virile Elisa e la dolce Mimy, che si chiude con la fuga delle donne dai rispettivi amante e marito. Ma meno banale di quanto possa apparire dalla nuda enunciazione del tema, e qualcuno, che pure non condivideva l’audacia di Ottone di Banzole, se ne accorse fin d’allora, se scrisse: «Malgrado la biasimevole apologia delle voluttà lesbiche, Al di là desta sorpresa colle gran difficoltà del soggetto». Meno banale perché, oltre a pagine non trascurabili sulla città in cui l’azione è immaginata (Bologna), il personaggio della marchesa Elisa presenta caratteri di elevata novità ed originalità, in certa misura anticipando l’Ida del terzo romanzo, No, che Oriani inizia a scrivere nel ‘77 e che pubblica a Milano nel 1881. Il manoscritto autografo del romanzo fu trovato nella borsa che Mussolini portava con sè nella sua fuga dall’Italia.

No (1881) è, per ritmo, struttura, coerenza, il migliore dei romanzi di questa prima maniera. Si sviluppa con rigorosa sequenzialità attorno alla protagonista, una donna anticonformista e ribelle, cinica ed arrivista; che rifiuta la società e le sue ipocrite convenzioni; che calpesta chiunque le attraversi la strada; che finirà mantenuta del duca di Rivola, da cui si farà alfine sposare. Una donna intellettuale, comunque, che non legge versi d’amore e prose di romanzetti come troppi personaggi femminili della letteratura ottocentesca, ma Machiavelli e Ferrari, Spencer e Sofocle, Sant’Ambrogio e Tertulliano. Una donna che crede solo in se stessa, come l’autore del romanzo, e che pronuncia sul resto il suo superbo no, assumendo una dimensione ed una profondità che vanno oltre la pagina.

Gramigne (1878). È il primo volume di racconti, (ristampato nel 1889 col titolo Sullo scoglio e altri racconti), tutti inscrivibili entro la cornice di un naturalismo a tinte forti, con una risentita attenzione alle miserie umane e sociali, particolarmente dell’ambiente casolano, e con una scoperta predilezione per i soggetti non propriamente consueti, come del resto gli capitava negli stessi anni con Al di là (lì il tribadismo, qui l’incesto). Questo consolidò l’immagine corrente di Oriani come scrittore scandaloso e dalla fama ambigua. Si va dalla rievocazione della vita primordiale alla violenta requisitoria contro la donna, alla descrizione di fiori animati e della morte ripugnante di una vecchia, al rapporto incestuoso tra un figlio e la madre.

Quartetto (1883), scritto nell’81 e stampato due anni più tardi, chiude il decennio della prima stagione di Oriani narratore. Quattro racconti, preceduti da un veloce panorama della letteratura italiana di quegli anni, Diapason, che provocò una stroncatura memorabile di Scarfoglio, sul «Capitan Fracassa». Comunque sia, il panorama di Oriani contiene giudizi non superficiali, come quello su Verga (a pochi mesi dalla pubblicazione de I Malavoglia); e spunti precisi, ad esempio sulla poesia. I racconti (Violino, Viola, Violoncello, Contrabbasso)sono uniti dal proposito dell’autore di mostrare i caratteri e i limiti della musica. Per Oriani la musica esprime l’ineffabile, l’infinito, ciò che è al di là di ogni espressione materiale e appunto per questo non può interpretare alcuna idea, e specialmente il dramma. Di qui la critica a tutto il melodramma ottocentesco e all’opera di Wagner.

Poi venne, sul fronte della narrativa, la seconda battaglia, dieci anni dopo. E se non fu vinta, non fu nemmeno perduta, malgrado le delusioni dell’autore, se è vero che un’inchiesta milanese del 1905 sulle preferenze dei lettori, colloca Oriani subito dopo Manzoni, con sole due letture in meno. Se è vero, soprattutto, che alla seconda stagione appartengono romanzi come Gelosia, La disfatta e Vortice.

Il nemico (1894), scritto tra il ‘91 e il ‘93, romanzo dall’intreccio macchinoso, ambientato nella Russia dell'autocrazia e del nichilismo, apre la seconda fase dell’Oriani romanziere e fu scritto forse con l’inverosimile presunzione di emulare i grandi russi che l’Europa veniva scoprendo in quegli anni. Col risultato che di russo nel libro c’è solo quel poco che Oriani aveva trovato nella Guide du voyageur en Russie, comprata nello stesso 1891 per scrivere il romanzo. Loris, il protagonista, è un ribelle ai margini del movimento rivoluzionario e nichilista, in lotta contro la società, che proclama la distruzione e l’assassinio e per abbattere un regime di violenza e di prepotenza, ordina la lotta ad oltranza contro ogni autorità ed anche contro ogni generosità. L’odio e il disprezzo si rivolgono così anche contro l’amore e la donna.

Gelosia (1894) è il dramma dello squallido amore provinciale di un giovane e un po' inetto (come Alfonso Nitti, il protagonista della sveviana Una vita, degli stessi anni) avvocato per la bella e alquanto frivola moglie del suo maturo principale. Della quale diviene l’amante, ma senza gioia vera, perché la giovane gli getterà in faccia i successi e la ricchezza del marito, rendendolo geloso e abbandonandolo infine alla solitudine della provincia. Un saggio magistrale di psicologia, ma anche un quadro rigoroso, convincente, potente a tratti, della vita borghese di una cittadina, Faenza, per la quale Oriani non aveva bisogno di documentarsi su di una guida turistica.

La disfatta (1896), «forse il più ricco d’idee che abbia la contemporanea letteratura italiana», secondo la nota definizione del Croce, «il più nobile fra quanti ho scritto», secondo l'autore. Il titolo designa la sorte drammatica del protagonista, l’anziano professore De Nittis, che ha accettato, dopo un’inutile difesa, l’amore della sua giovane allieva, Bice, da cui ha un figlio nato malaticcio e presto morto, quasi che la natura avesse voluto vendicarsi contro due spiriti eletti che avevano sfidato le sue leggi. Gli sposi si separano per sempre, nella coscienza dell’inutilità del loro amore. E il filosofo resta solo, sconfitto.

Vortice (1899), racconto lungo che descrive l’ultima giornata di un disperato votato al suicidio, in una cittadina romagnola. Capolavoro di Oriani, secondo molti critici, e giudicato favorevolmente anche dal severo Serra che scrisse: «Vien fatto di pensare a certe pagine dei grandi romanzieri tristi; ai russi, a Tolstoi, a Zola, dov’è più puro». «Essenziale e lineare, anzi spietato e «terribile», lo giudicò De Amicis. Milani, al ritorno a Faenza da Bologna, rientrando in casa di notte, trova la lettera di un amico cancelliere, che gli annuncia che è stata depositata in tribunale una sua cambiale falsa. Dinanzi a tale rivelazione, egli esamina tutte le soluzioni possibili, ma in fondo non vede che la morte. L’autore lo segue nelle angosce e nei sogni paurosi della notte, nelle attività quotidiane del giorno successivo fra l’indifferenza tranquilla di tutti, fino all’alba quando si fa travolgere da un treno. La profonda concezione del dramma che domina l’opera di Oriani trova l’apice in questo romanzo.

Ombre di occaso (1901), scritto nel 1901, è suddiviso in lettere scritte ad una immaginaria signora a cui Oriani si apre con confidente abbandono, I temi sono i più vari: l’amore, la religione, la scienza, la vita politica, il paesaggio della sua terra romagnola. «Se qualcuno mi domandasse di leggere un solo libro di Oriani, non esiterei a suggerirgli le Ombre -scrisse Mario Missiroli-. Vario e bizzarro, meglio di ogni altro ci mostra lo scrittore e l’uomo».

Con Olocausto (1902), romanzo scritto nel 1900, storia concentrata in tre giornate di una povera ragazza, Tina, costretta a far mercato del proprio corpo dalla madre, debole e miserabile, e dalla signora Veronica, triste figura di mezzana e sfruttatrice, dalla vicina Cesarina, fredda e impassibile. Tina, ammalata, si spegne dolcemente, senza urli di protesta, come aveva dolorosamente accettato, curvando il capo, tutte le amarezze, tutte le vergogne.

La bicicletta (1902). L’opera è divisa in tre parti. Nella prima Oriani sui abbandona ad una dissertazione sulla bicicletta: ne esamina la costruzione, i difetti, le qualità, i vantaggi che può recare al progresso. Passa i rassegna i diversi messi di locomozione [...] per concludere che nessuno dà all’uomo quel senso di assoluta libertà, che gli dà la bicicletta. La seconda parte comprende quattro novelle [...] dove il velocipede, la bicicletta, il tandem e il triciclo costituiscono pretesti esteriori. La terza parte, Sul pedale, orma il nucleo forte e originale del volume. È il racconto del suo solitario viaggio nell’estate del 1897 per la Romagna e la Toscana (mille chilometri, scrive con qualche esagerazione), attraverso campi assolati, borghi, città, luoghi della memoria e della storia, come la Verna, Siena, Montaperti, Pisa. È il libro più importante e più bello dedicato in Italia al ciclismo e alla bicicletta.

Oro, incenso, mirra (1904). L’ultimo libro di racconti vari. «Oriani vuota i cassetti - scrisse Serra - frammenti vecchi e nuovi, pezzi diversi di ispirazione e di accento, tutti li raccoglie da tutte le parti, li stringe sotto un titolo buono o cattivo e li avventa sul pubblico». Infatti nel libro c’è di tutto: novelle, articoli, studi critici, riuniti insieme senza alcun ordine, senza alcun motivo. C’è chi vi ha visto, come unico filo conduttore, lo scetticismo, la bravata , il sarcasmo. Si segnala tuttavia il racconto Incenso, storia di un povero seminarista che si innamora di una fanciulla pallida e gracile, condannata ad una morte prematura. Il giovane impazzirà dal dolore e sarà rinchiuso nel manicomio di Imola.

 (1923), Ultimo dei romanzi di Oriani, scritto nel 1902, è rimasto incompiuto e fu pubblicato nel 1923.

L’opera teatrale

Al teatro Oriani arriva tardi, nel 1899, quando ha ormai alle spalle entrambe le stagioni dei racconti e dei romanzi. Per tornare al Teatro, che costituì l’ultimo tentativo di stabilire un contatto diretto col grande pubblico, va detto subito che quella di Oriani voleva essere una drammaturgia di idee, non di intrattenimento: il «solitario del Cardello» non cercava solo il successo, che peraltro non venne: voleva rianimare la coscienza degli italiani, destarli ad una nuova vita dello spirito I drammi La logica della vita (1899), Ultimo atto (1901), La figlia di Gianni (1901), L’abisso (1903), le tragedie L’invincibile (1902), Gli ultimi barbari (1903), Dina (1905), Sul limite (1909), Incredulità (1909) e la commedia Momo (1903) sono opere più o meno dipendenti da altre, quanto a soggetto. Ma il limite più grave di tutta la drammaturgia di Oriani non è nell’invenzione, bensì, si diceva, nell’azione e nel linguaggio, nonché, va aggiunto, nella psicologia, nella definizione di caratteri forniti di sufficiente plausibilità, per non dire del forte sentore di artificiosità, di arbitrario, di gratuito che emana anche dalle pièces meno infelici. Naturalmente Oriani non ebbe dubbi circa il valore della propria opera teatrale, come non ne aveva avuti e non ne avrà sul resto. Se insuccesso vi fu, non nella debolezza dei testi se ne doveva cercare la ragione, ma nell’inadeguatezza del pubblico, e delle compagnie e della critica.

L’opera storica e politica

Matrimonio è la prima opera storica di Oriani, pubblicato da Barbèra nel 1886. Il problema del divorzio era d’attualità anche in Italia, per via di un progetto di legge che sarà poi abbandonato.. In Francia ne aveva scritto, contro l’indissolubilità del matrimonio, Dumas figlio (La question du divorce, 1880). “Ottone di Banzole”, antifemminista e antidivorzista, scrive 450 pagine di storia della famiglia, dagli albori dell’umanità all’Europa contemporanea, e di requisitoria contro tutte le forme di divorzio, dalle più antiche a quelle previste dalla legislazione recente. Punto di riferimento obbligato, nei decenni che seguirono, delle correnti estreme dell’antifemminismo di casa nostra, che ha tratto a piene mani, utilizzandole come moneta corrente, sentenze di questo genere: «L’uomo è incalcolabilmente superiore alla donna»; «La filosofia non le [alla donna] deve alcun sistema, la scienza alcuna scoperta decisiva, l’arte nessun momento. Il genio è maschile»; «Ogni sintesi essendo loro [alle donne] impossibile per difetto di astrazione, la politica [...] lo è forse più di ogni altra».

Fino a Dogali (1889). Si tratta di sei saggi scritti fra il 1885 ed il 1887, il primo dei quali è lo scritto su don Giovanni Verità, protagonista del salvataggio di Garibaldi durante la fuga da Roma fra Romagna e Toscana dopo la sconfitta della Repubblica Romana. Si tratta del primo abbozzo di una storia del Risorgimento, poi sviluppata nella Lotta politica in Italia, in aperta polemica con la storia erudita e con quella apologetica degli storici sabaudisti. Segue La via Emilia, una lirica fantasticheria sulla storia della via consolare, che si allarga a riflessioni tutt’altro che banali sul ruolo delle strade nel cammino dell’umanità. Di notevole, nel volume, c’è anche il saggio sul Machiavelli, provocato dalla lettura dell’opera di Pasquale Villari, che l’aveva lasciato sostanzialmente insoddisfatto. Oriani contesta la tesi di un Machiavelli grande politico e grande storico e riduce l’importanza dell’opera del segretario fiorentino alla sola dimensione artistica.

La Lotta politica in Italia. Origini della lotta attuale. 476-1887. Pubblicata nel 1892 a Torino, da Roux e Frassati, a spese dell'autore, cui costò l’intero ricavato della vendita dei pini abbattuti sulla collina dietro il «Cardello», è l’opera storica di maggiore ampiezza e meglio rappresentativa del pensiero storico-politico di Oriani ma anche la meno venduta e letta, allora. Si è di fronte ad un vera e propria storia d’Italia dalla caduta dell’Impero d'Occidente al 1887, ma tutta sbilanciata verso 1’Ottocento, che occupa sette dei nove libri in cui l’opera è divisa. Il metodo è quello di una storiografia a bassissimo tasso di ricerca, anzi, senza ricerca e senza documenti. Ma ricca di spunti critici stimolanti, di giudizi acuti: insomma, il prototipo del revisionismo storiografico sull'Italia moderna, con i rischi ed i guasti che esso comportava, ma anche con gli incontestabili meriti, se è vero che ha sconvolto i piani della storia apologetica e sabaudistica, ed ha dimostrato che l’erudizione da sola non fa storia. Il libro non è facilmente, né utilmente, riassumibile, neppure per la parte più vivace e originale, che è quella relativa al Risorgimento ed all’Italia unita. Antonio Anzilotti vi vide un’idea centrale, che sarebbe la lotta fra le tradizioni federalistiche e la tendenza unitaria, vittoriosa alla fine, seppure non nella versione mazziniana, alla quale vanno le simpatie di Oriani. Anche Croce, che ben si avvide, prima delle polemiche sui «plagi», della dipendenza di Oriani da Giuseppe Ferrari, individuò un disegno di fondo. Di cui invece non era convinto Serra. L’opera ha avuto, in cento anni, una storia critica ed una fortuna complesse e tormentate, dalle liquidazioni di Crivellucci e Ambrosini a quelle di Omodeo e Bobbio («è l’ultimo ramo di un albero che non avrebbe dato più frutti: la storiografia della "missione d'Italia"»); dalle esaltazioni di Gentile e in parte di Volpe alle più equilibrate valutazioni di Anzilotti, Maturi, Ghisalberti, Spadolini, Cervelli. Attraverso di essa è passata la generazione dei «vociani» e di Gramsci, sono passati Gobetti e Missiroli.

La rivolta ideale, scritta nel 1906 e pubblicata dal Ricciardi nel 1908, il prolungamento dell'opera storica. «È rivolta contro le miserie, le bassezze, le viltà dei tempi mediocri, contro l’indifferenza, l’assenteismo, la rinuncia di cui si alimenta lo scetticismo degli Italiani; “ideale”, perché i grandi mutamenti della storia, prima che nei fatti, debbono essere maturati nel pensiero. La stessa varietà degli argomenti trattati dà un’idea dell’importanza dell’opera: il secolo decimonono, l’aristocrazia, l’industrialismo, la nostra composizione unitaria, la libertà, l’individualità. lo Stato, lo spirito nazionale, le classi, i partiti, il problema dell’autorità, la Patria, la proprietà [...]. Capitoli - scrisse Gentile - stupendi per nettezza di pensiero e rigore di ragionamento, in cui una intuizione fondamentale, felicemente appresa, si enuclea in dimostrazioni e osservazioni evidenti, suggestive, perentorie”. [...] L’Oriani indica la missione dell’Italia nel mondo. “Essere forti per diventare grandi, ecco il dovere. Ritirarsi dalla gara è impossibile: bisogna dunque trionfarvi”. Questo espansionismo era in funzione del progresso generale dell’umanità» (M. Missiroli).

L’attività giornalistica

Fuochi di bivacco (1913), Punte secche (1921), Sotto il fuoco (1931), Ultima carica (1931). Dal 1898 Oriani iniziò una regolare attività giornalistica, un’attività non appieno apprezzata dallo stesso scrittore, ma necessaria a causa delle pressanti esigenze economiche. Suoi articoli apparvero nel “Giorno”, “L’Alba”, il “Corriere della Sera”, “La Stampa”, il “Giornale d’Italia”, “La grande Italia”, ma, per quanto ricercato e ben retribuito, la collaborazione non fu facile dato Oriani non accettava il minimo cambiamento nei testi che inviava alle redazioni. I suoi articoli sono stati raccolti in quattro volumi editi dopo la sua scomparsa. «Negli articoli di giornale - scrisse Giovanni Papini - fu grandissimo. Quella sua potenza di risalire dal fatto piccolo all’idea grande, dal momento effimero al più remoto passato, al più fantastico futuro, dall’individuale all’universale, dalla materialità dell’apparenza alla purezza di un’idea maturata a sorpassarla vi rifulge incredibilmente, come se volesse dare, negli ultimi anni, le sue prove più eroiche».