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Memoria e Ricerca

Internet e le politiche pubbliche. I modelli di diffusione in Italia

di Michelangelo Vasta
in Memoria e Ricerca n.s. 3 (1999), p. 21


Introduzione

Scopo di questo lavoro è quello di delineare alcuni tratti della diffusione in Italia di una delle più importanti discontinuità verificatesi negli ultimi anni all'interno della traiettoria tecnologica legata all'Information Technology: lo sviluppo della rete internet(1). L'analisi si incentrerà sul modello di diffusione della rete in un Paese latecomer come l'Italia, verificando se esistono rapporti fra le tipologie di intervento pubblico adottate e gli esiti che queste hanno avuto. Si cercherà di esaminare i risultati di due modelli alternativi: il primo basato su interventi decentrati sviluppatisi a livello locale con una totale autonomia, il secondo fortemente centralizzato imposto a tutti i membri della comunità accademica. Si tratta, nel primo caso, dello sviluppo delle reti civiche promosse da alcuni comuni italiani e, nel secondo, dell'utilizzo, da parte del Ministero per l'Università e la Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST), di un sistema telematico per la richiesta dei fondi per la ricerca e il loro monitoraggio.Il lavoro è articolato come segue: nella prima parte si ricostruisce per sommi capi il funzionamento del sistema innovativo nazionale; nella seconda parte si rende conto dell'evoluzione della rete internet negli Stati Uniti, processo che rappresenta il modello diffusivo per i paesi latecomer; nella terza parte si descrivono le due tipologie di intervento pubblico adottate in Italia; infine, nella parte conclusiva si mettono in relazione gli esiti dei due interventi con le peculiarità dei due diversi modelli: quello decentrato, promosso a livello locale, e quello centralizzato.

Il modello di sviluppo economico italiano

L'Italia rappresenta una delle storie di successo dello sviluppo economico del secondo dopoguerra. Negli ultimi cinquanta anni il tasso di crescita del reddito procapite del Paese è stato fra i più alti a livello mondiale. L'Italia ha così intrapreso un processo di convergenza con i Paesi leader che l'ha portata ad avvicinarli e in taluni casi anche a superarli(2). Tuttavia il caso italiano è molto difficile da interpretare: a fronte di un processo di modernizzazione che ha registrato notevoli risultati, il Paese, infatti, è stato caratterizzato da una serie di contraddizioni che rendono difficile la comprensione del cammino di sviluppo intrapreso(3). Una di queste contraddizioni riguarda l'innovazione tecnologica: il progresso tecnico nell'esperienza italiana si è evoluto lasciandosi trascinare dall'ambiente e concretizzandosi in maniera non sistematica e, talvolta, anche casuale. Ne deriva una configurazione basata sullo sfruttamento di nicchie, che si sposta lentamente e faticosamente lungo le nuove traiettorie tecnologiche, senza aumentare il suo potenziale innovativo(4) . In alcuni studi empirici riguardanti l'affermazione delle nuove traiettorie tecnologiche associate alla seconda rivoluzione industriale, si è mostrato come l'Italia sia riuscita ad adattare le tecnologie di frontiera provenienti da altri Paesi, ma abbia poi faticato molto a promuovere una propria originale attività innovativa(5) . La stessa situazione emerge di fronte alle traiettorie tecnologiche associate alla terza rivoluzione industriale: l'Italia mostra forti difficoltà nell'assorbimento delle nuove tecnologie e insormontabili ostacoli nello sviluppo di innovazioni originali6. Per questi motivi, l'Italia registra un marcato ritardo della sua capacità innovativa rispetto ai paesi leader, che si riflette nella specializzazione italiana nei settori tradizionali. Si nota in generale un evidente arretramento italiano nelle tecnologie in rapida crescita e in particolare viene evidenziata una forte despecializzazione per quanto riguarda la filiera elettricoelettronica(7). In linea generale, le ragioni principali della debolezza dell'attività innovativa italiana sono da ricercarsi nella configurazione del National System of Innovation(8) che mostra, nel lungo periodo, un'inadeguata organizzazione del sistema della ricerca scientifica -caratterizzata dal basso livello di investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S)-, e da un sistema educativo all'interno del quale la cultura tecnica è piuttosto trascurata.

L'organizzazione a livello istituzionale della ricerca scientifica e tecnologica in Italia ha sempre rappresentato un forte elemento di debolezza per l'intero sistema economico. A partire dagli anni Venti (1923) la ricerca iniziò ad essere gestita attraverso un Ente - il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)- creato per coordinare e indirizzare la ricerca nazionale, ma che non è mai riuscito, per colpe non esclusivamente sue, ad esercitare adeguatamente questa funzione. Ad esso successivamente furono infatti aggiunte altre unità, create ad hoc, come nel caso del Consiglio Nazionale Ricerche Nucleari (CNRN) negli anni Cinquanta o del fondo Istituto Mobiliare Italiano (IMI) negli anni Sessanta(9).Proprio questa moltiplicazione delle unità decisionali ha impedito limitato la possibilità di svolgere attività coordinate portando invece alla proliferazione di iniziative a pioggia che hanno limitato la possibilità di utilizzare l'iniziativa pubblica per favorire lo svolgimento di programmi di ampio respiro. Inoltre le attività di ricerca non hanno potuto contare su flussi costanti di risorse, la cui distribuzione a intermittenza ha fortemente pregiudicato i risultati delle ricerche Infine, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, l'ambiente scientifico ha subito una ulteriore riduzione della propria autonomia, a causa dell'allargamento degli interessi della politica(10).

L'altro fattore che nel lungo periodo ha influenzato la performance innovativa italiana è stata l'arretratezza del sistema educativo. Quest'ultimo non ha subito nel corso degli anni grandi stravolgimenti. I molti tentativi di riforma sono rimasti solo sulla carta e pochi sono stati i progetti organici andati effettivamente a buon fine. Il sistema educativo non è stato così in grado di colmare il gap con i Paesi leader in termini di capitale umano né a livello quantitativo né qualitativo, come dimostrano, ad esempio, i bassi tassi di riuscita del livello superiore, e la difficoltà nel diffondere conoscenze legate all'onda determinata dall'affermarsi della traiettoria tecnologica dell'Information Technology(11).

Al di là dell'efficacia nell'allocazione, una caratteristica di lungo periodo del sistema innovativo italiano riguarda la ridotta disponibilità di fondi da destinare alla ricerca scientifica e tecnologica. Dal lato istituzionale, ciò ha creato un rapporto conflittuale fra università e mondo della ricerca i cui rispettivi compiti non sono mai stati delimitati con chiarezza. Dal lato delle imprese, i bassi volumi di investimenti da parte dello Stato hanno favorito la permanenza delle specializzazioni produttive e della struttura industriale esistente, che nel lungo periodo è caratterizzata dalla piccola dimensione e dalla specializzazione in settori tradizionali. Si è così innescato un circolo vizioso all'interno del quale hanno prevalso le imprese lontane dalla frontiera tecnologica.

Se questa configurazione ha, dal punto di vista dello sviluppo economico, indubbiamente prodotto risultati positivi, come nel caso dell'affermazione dei distretti industriali negli ultimi decenni, il ridotto sviluppo di settori strategici come quello delle telecomunicazioni o dell'informatica, rappresenta un elemento intrinseco di debolezza(12).

In generale, comunque, la debolezza più grave del sistema innovativo italiano sembra essere stata l'incapacità di agire come sistema, sviluppando infrastrutture di base e stimolando l'interazione fra i diversi soggetti. L'esistenza di una forte frammentazione dei centri decisionali, che si riflette nella polverizzazione di quelli operativi, ha prodotto una situazione in cui la caratteristica principale è costituita dall'assenza di un'autorità centrale in cui si raccolgano i flussi informativi provenienti dai diversi soggetti e si indichino le linee generali delle politiche per la ricerca.

In sintesi ciò che emerge è il ritratto di un Paese latecomer, che, pur attivando processi di catching up nei confronti dei Paesi leader, non è riuscito a raggiungerli per quanto riguarda la capacità innovativa ed è caratterizzato da una somma di molti elementi di debolezza. Tali elementi si ripercuotono in maniera molto pesante laddove si debbano affrontare cambiamenti tecnologici legati a sistemi socio-tecnici che necessitano di integrazione fra varie componenti(13). Infine, la forte dipendenza da tecnologie sviluppate in altri Paesi gioca in maniera ancora più negativa nel caso delle nuove tecnologie come, ad esempio, nel caso delle tecnologie di rete nei primi anni del secolo o dell'elettronica nel secondo dopoguerra. Queste ultime sono infatti caratterizzate da elevati livelli di complementarietà e interrelazione ed hanno standard di applicazione che sono pensati per i mercati di prima introduzione. Ciò espone al rischio di dover importare congiuntamente ai beni capitali primari anche input intermedi, con la conseguenza di indebolire ulteriormente la base industriale del Paese(14).

L'evoluzione della rete Internet

La storia di quella che è conosciuta oggi come la rete internet non è recentissima: essa viene promossa nel 1969 dall'agenzia americana ARPA (Advanced Research Projects Agency) che faceva capo al Dipartimento della Difesa americano. Durante gli anni della guerra fredda vi era l'esigenza di costruire un sistema informativo capace di resistere ad un eventuale attacco nucleare sovietico. L'obiettivo era di realizzare un sistema di comunicazione privo di autorità centrale, facile da individuare e colpire, ma composto di nodi aventi tutti lo stesso status e la stessa importanza ai fini del funzionamento dell'intera rete. L'idea originale -che avrebbe poi condotto ad internet fu di Bob Taylor, studioso di psico-acustica, che aveva avuto l'incarico di collegare i diversi computer di cui l'agenzia era dotata. La soluzione più ovvia sarebbe stata ricorrere a linee dedicate stendendo dei cavi da un computer all'altro. Ma l'idea di Taylor era diversa: voleva utilizzare le normali linee telefoniche -adoperando una nuova tecnica concepita, ma ancora mai sperimentata, nelle università inglesi- e far viaggiare i dati sulla rete a pacchetti: packet switching(15). Questa idea che era fault tolerant, ovvero in grado di sopportare alcuni errori nel funzionamento del sistema, fu trovata subito interessante e finanziata immediatamente dal Pentagono. La disponibilità di fondi per un progetto, all'epoca ancora molto vago e comunque senza ricadute immediate, fu dovuta alla grande quantità di denaro che il governo americano destinava a ricerche militari. Questo spiega il perché la rete si sviluppò in America, anche se la sua tecnica base era stata concepita in Europa. La rete venne inizialmente strutturata in quattro nodi collegati a 50 Kbps, tre dei quali situati in California: il primo venne installato all'Università della California (UCLA), il secondo allo Stanford Research Institute di Menlo Park, il terzo altro all'Università di Santa Barbara (UCSB); infine, il quarto nodo venne attivato presso l'Università dello Utah. Già in questa prima fase di sviluppo della rete emerge quindi l'importanza di un intervento a livello centrale capace di fornire risorse e stimolare l'interazione fra diversi soggetti operanti a livello locale.

L'importanza di un'autorità centrale capace di coordinare gli sforzi e dettare gli standard emerge anche nei decenni successivi. Nel corso degli anni Settanta, infatti, la rete continuò a svilupparsi: nel 1972 viene costituito un gruppo di lavoro, l'InterNetwork Working Group, con l'obiettivo di mettere a punto uno standard di comunicazione fra i computer connessi. Non esisteva ancora un sistema operativo comune a tutti i computer. La soluzione proposta dal gruppo di lavoro presieduto da Vinton Cerf fu di adottare lo standard UNIX, un sistema operativo concepito nei laboratori Bell nel 1970, che permetteva connessioni multitasking e multiuser. Tale scelta andava nella direzione di adottare uno standard capace di definire dei parametri che facilitassero la comunicazione fra tutte le macchine collegate. Nel 1976 la A&T creò il protocollo UUCP (Unix to Unix copy), che permetteva di scambiare qualsiasi tipo di informazioni fra due computer UNIX collegati; in questo modo si consentiva lo scambio di dati attraverso FTP e Telnet, le prime due tecnologie messe a punto all'interno della rete. Se la nascita del protocollo UUCP rese possibili comunicazioni più efficienti fra macchine dello stesso tipo, l'enorme diffusione di internet fu dovuta a un'innovazione -quella del protocollo TCP/IP- che permise l'inter-networking totale. Il protocollo TCP/IP, introdotto nel 1983 ad opera del InterNetwork Working Group guidato da Vinton Cerf, costituì una risposta efficiente ai tipici problemi di ogni sistema telematico: sfruttamento ottimale delle risorse disponibili, indirizzamento efficiente dei computer collegati, sicurezza del buon esito delle comunicazioni. Inoltre, offrì la possibilità per lo sviluppo di risorse e servizi di rete, caratterizzandosi come open standard. Ma la sua caratteristica più importante fu la sua universalità sia a livello hardware che software: la capacità cioè di interfacciarsi indifferentemente ad una rete locale, ad una linea telefonica, ad un cavo a fibra ottica, ad una rete di trasmissione satellitare, e allo stesso tempo anche a piattaforme che utilizzano sistemi operativi diversi.

La grande spinta allo sviluppo della rete avvenne sempre con un intervento pubblico da parte di un'autorità centrale. L'amministrazione americana insediatasi all'inizio degli anni Novanta e guidata dal presidente Bill Clinton elaborò infatti una serie di grandi progetti miranti a promuovere un nuovo modo di comunicare. Molte istituzioni americane vennero coinvolte dall'idea del vice-presidente Al Gore, il quale investendo ingenti somme di denaro sostenne la necessità di creare delle autostrade informatiche sulle quali dovevano viaggiare tutte le informazioni riguardanti la pubblica amministrazione. Fra gli scopi principali di tutta l'operazione vi era quello di avvicinare il cittadino alle istituzioni attraverso un contatto diretto con l'amministrazione (16). La rete conobbe quindi una diffusione sempre più ampia e successivamente divenne anche un mezzo molto importante offerto alle imprese industriali e commerciali per la vendita e la pubblicizzazione dei propri prodotti, al di fuori delle reti dedicate come Compuserve o America on line.

La diffusione di internet in Italia

Se la diffusione dei primi servizi telematici in Italia è stata caratterizzata dall'esistenza di diversi ostacoli come mostrato dalla fallimentare esperienza del sistema videotext (17), la crescita di internet, seppure abbia conosciuto un andamento non lineare, ha comunque mostrato un certo dinamismo. La sua diffusione fu dovuta in particolare all'introduzione, fra il 1993 e il 1994 dell'interfaccia grafica ipertestuale; sino ad allora, infatti, la rete Internet era quasi totalmente sconosciuta in Italia(18).

Come abbiamo visto per gli Stati Uniti, e più in generale nei Paesi più industrializzati, la rete internet si è diffusa prima in ambito accademico per poi allargarsi alle realtà aziendali e all'utenza di massa. Il ruolo giocato dalle istituzioni accademiche è stato molto importante sia dal punto di vista della diffusione delle competenze necessarie per utilizzare internet, sia per quanto riguarda la distribuzione dei primi servizi. In Inghilterra, ad esempio, dove la rete internet era molto conosciuta nelle università già all'inizio degli anni Novanta, il processo diffusivo è stato molto rapido. Le istituzioni accademiche non hanno esercitato in Italia tale ruolo guida, contribuendo così ad accentuare la lentezza dell'espansione di Internet., almeno nella fase iniziale. Il ritardo con cui è avvenuta la diffusione di internet in Italia in ambito accademico può essere spiegato dalla scarsa attenzione verso le nuove tecnologie che esiste in generale nel Paese e che caratterizza anche le università italiane. Quest'ultime paiono, fra l'altro, ostacolate nell'adozione di nuove tecnologie informatiche dall'elevata età media di docenti e ricercatori rispetto agli Paesi europei. Un altro elemento che ha giocato un ruolo di non secondaria importanza nel ritardo della diffusione di internet in ambito accademico è la singolare scansione temporale degli interventi pubblici miranti a fornire le infrastrutture di base. Se infatti il Gruppo di Armonizzazione Reti per la Ricerca (GARR) venne istituito già nel 1988 con lo scopo di realizzare un'unica rete nazionale sfruttando le competenze dei centri di eccellenza presenti nel panorama italiano, gli interventi successivi sono proceduti assai lentamente. Soltanto nel 1996 si è infatti iniziato a pensare una riconfigurazione capillare delle dorsali capace di consentire un incremento delle velocità di trasmissione che erano rimaste ancora quelle della fase pionieristica.

Il ritardo nella diffusione della rete internet in Italia(19) sembra però essere legato più a fattori sistemici che al parziale fallimento delle precedenti esperienze telematiche. Gli elementi che sembrano aver pesato sono riassumibili in tre ordini di fattori i) la scarsa apertura alle innovazioni, anche negli ambienti preposti alla loro introduzione e diffusione come le università; ii) la limitata diffusione delle apparecchiature informatiche e telematiche, iii) una certa cultura ostile al cambiamento che si è concretizzata anche con il ritardo con il quale il gestore pubblico ha iniziato a garantire connessioni internet. Infatti, in un Paese dove il ruolo svolto da SIP, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, è stato così forte, dando talvolta la sensazione di sostituirsi ai compiti ministeriali, l'assenza di un'offerta per i nuovi servizi ha disincentivato una parte dell'utenza potenziale.

Il ruolo dell'intervento pubblico

Gli interventi pubblici possono dunque assumere una notevole importanza nella fase iniziale di introduzione delle nuove tecnologie quando manca da parte degli operatori privati lo stimolo costituito dalle possibilità di ottenere un profitto dalle attività svolte. Anche in Italia, così come è avvenuto negli altri Paesi industrializzati, gli interventi pubblici hanno costituito un elemento centrale per la diffusione della rete Internet. Se ciò ha assunto una particolare importanza per la realizzazione delle infrastrutture e per le politiche tariffarie adottate, anche dal punto di vista dei contenuti trasmessi attraverso internet, il ruolo dell'intervento pubblico è risultato assai importante. Le forme assunte dall'intervento pubblico, per quanto riguarda lo sviluppo dei contenuti, si possono suddividere in due tipologie: quelle promosse a livello locale e quelle realizzate a livello centrale. Esemplari della prima tipologia sono le reti civiche e i siti web delle università italiane, la seconda tipologia viene invece rappresentata dall'iniziativa del MURST di raccogliere la presentazione delle domande per il finanziamento delle attività di ricerca esclusivamente attraverso la via telematica eliminando tutte le procedure basate su supporti cartacei.

Prima di passare ad una comparazione fra i due modelli, appare necessario procedere ad una breve descrizione delle caratteristiche delle due iniziative. Le reti civiche in Italia nascono in gran parte in Comuni amministrati dalla Sinistra all'indomani della sconfitta elettorale del 27-28 marzo 1994, che fece nascere molte inquietudini sul futuro dell'informazione nel Paese. Le reti civiche vengono istituite, più o meno esplicitamente, con lo scopo di costruire una rete informativa alternativa capace in qualche modo di contrastare l'anomalia di un Presidente del Consiglio proprietario dei principali network privati e di fatto controllore della televisione pubblica. L'idea di fondo delle reti civiche si riconduce ai principi del diritto all'informazione come primario diritto della democrazia; lo strumento individuato per realizzare la circolazione delle informazioni consiste nelle tecnologie informatiche e telematiche, che divengono la nuova frontiera delle forme alternative di comunicazione. Si sviluppa così il concetto di cittadinanza elettronica, come nuova realtà che mira a far nascere nuovi soggetti collettivi, capaci di colmare il vuoto prodottosi con la crisi dei tradizionali soggetti politici. La rete è proposta come superamento delle forme di comunicazione verticale, legate al modello della televisione via etere, che non consentono all'utente di interagire con il mezzo, configurandosi come una forma di comunicazione orizzontale, senza gerarchie e capace di offrire forme di partecipazione a tutti i livelli, sia da parte dei singoli cittadini che da parte delle associazioni. La rete internet, che si basa -per ragioni di sicurezza legate alle sue origini militari- su un modello acefalo, sembra essere particolarmente adatta a rispondere alle esigenze fondamentali, anche sotto il profilo ideologico, delle reti civiche italiane. Dal punto di vista pratico, obiettivo delle reti civiche italiane è in primis la trasparenza delle attività dell'Amministrazione attraverso la pubblicazione di delibere, appalti, concorsi, e nel contempo l'attivazione uno strumento di dialogo bidirezionale attraverso il quale raggiungere ed informare facilmente il cittadino e riceverne domande, richieste, informazioni o suggerimenti(20).

L'iniziativa promossa dal MURST si è sviluppata con la collaborazione del Centro Interuniversitario (CINECA) e riguarda i "Programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale"(21). L'idea alla base dell'intera iniziativa è quella di facilitare le procedure per l'accesso ai fondi di ricerca riducendo le vischiosità dettate dall'apparato burocratico. E' stato così messo a punto un sistema informatico -basato sul web- che prevede l'inoltro e la valutazione delle domande esclusivamente attraverso la via telematica. Il sistema prevede un articolata gestione e coinvolge diversi soggetti: i proponenti, rappresentanti delle diverse unità coinvolte nel progetto, i revisori che devono esprimere attraverso una scheda di valutazione il loro giudizio sul progetto, e i gestori del sistema che svolgono una costante azione di monitoraggio di tutte le attività. L'intero sistema ha quindi sviluppato una forte interattività di tutti i soggetti coinvolti nelle diverse fasi previste. Sono stati infatti previsti moduli per la compilazione dei progetti e dei report di valutazione on line, a cui fanno seguito scambi di messaggi di posta elettronica per la comunicazione delle password di accesso al sistema e per il controllo in itinere del processo di valutazione dei progetti.

Gli esiti delle due iniziative sopra descritte, pur nelle loro diverse peculiarità, sono rappresentativi delle due tipologie di intervento pubblico. A distanza di alcuni anni dalla nascita delle prime reti civiche italiane è infatti possibile fare un primo bilancio delle esperienze compiute. Le reti civiche si sono moltiplicate, ma spesso sono ferme alla fase progettuale anche se attivate da molto tempo; numerose iniziative, inoltre, sono state annunciate o anche presentate, ma in seguito sono state lasciate cadere, ed oggi si presentano come contenitori vuoti. Spesso i singoli Enti locali hanno cercato di organizzare le reti secondo modelli autoreferenziali con risultati assai insoddisfacenti, anche a causa delle limitate competenze disponibili all'interno delle singole strutture. Dal punto di vista tecnico, infatti, le reti civiche hanno una configurazione spesso limitata a semplici pagine web che non prevedono alcuna forma di interazione con il cittadino. Inoltre, in assenza di norme dettate a livello centrale, lo sviluppo delle iniziative a livello locale ha prodotto una forte disomogeneità dei livelli qualitativi con poche punte di eccellenza.

L'iniziativa promossa dal MURST, al contrario, si è sviluppata basandosi sull'apporto della competenza di un Ente tecnico specializzato -il CINECA- che ha consentito di promuovere, attraverso soluzioni tecniche molto innovative, un alto livello di interattività fra tutti i soggetti coinvolti. Si deve tuttavia sottolineare come in quest'ultimo caso sia stata molto importante per l'utilizzo del sistema, la presenza di forti motivazioni da parte degli utenti. Infatti, la decisione di sostituire totalmente le procedure tradizionali basate su modulistica cartacea, ha di fatto obbligato l'intero corpo docente italiano ad adoperare i nuovi strumenti telematici. Ciò ha quindi prodotto una forte incentivazione che ha generato effetti a catena nella diffusione della cultura informatica e telematica. Nel caso delle reti civiche, ma in maniera analoga anche nel caso dei siti web delle singole università italiane, non sono stati introdotti simili sistemi di incentivazione. Molto rari sono stati infatti i servizi offerti per via telematica per i quali esistesse una forte domanda. I siti web delle singole università, ad esempio, si caratterizzano, nella maggior parte dei casi, per un'offerta di servizi assai limitati, e per i quali comunque esiste una via alternativa di fruizione. Nel caso delle reti civiche la mancanza di norme promosse a livello centrale ha molto rallentato la messa a punto di sistemi interattivi per lo snellimento delle pratiche burocratiche, considerati uno degli obiettivi prioritari da realizzare.

Conclusioni

I processi di diffusione delle nuove tecnologie sono fortemente condizionati dalle politiche pubbliche, almeno nella prima fase del loro sviluppo. Il ruolo dell'intervento pubblico assume maggiore importanza nei Paesi latecomer come l'Italia dove esistono numerosi fattori che limitano lo sviluppo dei processi innovativi. Nelle pagine precedenti, ricostruendo l'evoluzione della rete internet, si è cercato di dimostrare in che modo le politiche possano determinare gli esiti dei processi di diffusione e di consolidamento delle nuove tecnologie. Quello che si è voluto sostenere è che in assenza di un ambiente particolarmente dinamico, all'interno del quale vi sono carenze nella diffusione delle competenze, gli interventi di spin off hanno maggiore probabilità di raggiungere gli effetti desiderati se promossi a livello centrale. Ciò non significa che debba esistere un'autorità centrale che determina le scelte dei singoli soggetti, ma sembra però necessaria l'adozione di una struttura a ragnatela, al centro della quale si raccoglie il flusso delle informazioni provenienti dai diversi soggetti, a ciascuno dei quali viene riconosciuta la propria autonomia. Il centro, a cui viene garantita l'indipendenza sia dal potere politico che da quello economico, orienta gli interventi, detta gli standard, elimina le eventuali sovrapposizioni progettuali, ottimizza l'uso delle risorse mettendo a punto trasparenti procedure di valutazione.

Note

1 Per una definizione della nozione di traiettoria tecnologica: G. Dosi, Technical Change and Industrial Transformation Londra, 1984.

2 A. Maddison, Monitoring the World Economy 1820-1992, Parigi, 1995.

3 F. Barca, Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi, Donzelli, Roma, 1997.

4 R. Giannetti,, Tecnologia e sviluppo economico italiano 1870-1990, Il Mulino, Bologna, 1998.

5 M. Vasta, Innovazione tecnologica e capitale umano (1880-1914). Le traiettorie tecnologiche della

seconda rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna, 1999 (prossima pubblicazione) TITOLO NON DEFINITIVO.

6 F. Malerba, Dalla dipendenza alla capacità tecnologica autonoma. L'evoluzione dell'industria microelettronica italiana, Milano, 1987.

7 S. Breschi, M.L. Mancusi, "Il modello di specializzazione tecnologica dell'Italia: un'analisi basata sui brevetti europei", in D. Archibugi, G. Imperatori, Economia globale e innovazione. La sfida dell'industria italiana, Roma, 1997, pp.239-271.

8 R.R. Nelson (a cura di), National Innovation Systems. A Comparative Analysis, New York, 1993; B.A. Lundvall (a cura di), National Systems of Innovation. Toward a Theory of Innovation and Interactive Learning, Londra, 1992.

9 M. Vasta, "Capitale umano e riecerca scientifica e tecnologica", in F. Amatori, D. Bigazzi, R. Giannetti, L. Segreto (a cura di), Annale Einaudi - Storia dell'industria italiana dall'Unità ai giorni nostri, Torino, 1999 (prossima pubblicazione).

10 C. Bernardini, "La ricerca scientifica", in O. Cecchi, E. Ghidetti (a cura di), Profili dell'Italia repubblicana, Roma, 1985.

11 Secondo dati Ocse, riportati da Mario De Marchi, [M. De Marchi, "Intervento nella discussione", in C. Bernardini, Idee per il governo. La ricerca scientifica, Roma-Bari, 1995, p. 74] il numero di laureati in materie scientifiche, nel 1991, per ogni centomila occupati nella fascia d'età 25-34 anni era pari a 968 in Giappone, 675 in Germania, 653 negli Stati Uniti, e 262 in Italia.

12 Franco Malerba ha sostenuto l'esistenza In Italia di due distinti sistemi di innovazione nazionali: il primo, dinamico, basato su reti di piccole imprese; il secondo, molto più statico, composto da grandi imprese pubbliche e private. Vedi: F. Malerba, "The National System of Innovation: Italy", in R. Nelson (a cura di), National Innovation System, Op. cit., pp. 230-259.

13 T.P. Hughes, Networks of Power: Electrification in Western Society, 1880-1930, Baltimora, 1983.

14 C. Antonelli, "Il cambiamento tecnologico: innovazione e modernizzazione 1945-1990", in Storia dell'Italia repubblicana Vol. II, Torino, 1994, pp. 480-526.

15 La commutazione a pacchetto consente la spedizione di messaggi molto lunghi evitando che un qualsiasi incoveniente, molto comune sulle reti, obblighi a ripetere l'intera operazione. Il messaggio viene infatti spezzato in piccole segmenti ad ognuno dei quali viene attaccata un'etichetta che contiene informazioni utili per il suo trasferimento. Ogni singolo pacchetto viene poi immesso sulla rete e ognuno prende la strada ottimale, sarà poi il computer di destinazione che decodificando l'etichetta, ricomporrà l'intero messaggio mettendo in ordine i vari pacchetti.

16 Molti utenti della rete ricevettero messaggi da parte del presidente Clinton nel quale si illustrava la sua politica a proposito delle autostrade informatiche.

17 S. Marcelli, Il Gran Simpatico. Telematica Nuovi Media Multimedialità, Torino, 1994.

18 Fino al 1993-1994 la parola Internet non appariva nemmeno sulle riviste specializzate di informatica se non in modo sporadico. Nel numero di luglio-agosto 1992 nel fondo della rivista Mc-microcomputer si parla di una rete di nome Internet utilizzata da 3 milioni di ricercatori in ambito accademico, si veda: P. Nuti, "Fax Killed Electronic Mail?", Mc-microcomputer, n. 120, luglio/agosto, 1992, p. 36.

19 Misurare la diffusione di internet in maniera oggettiva presenta numerose difficoltà per tre ordini di motivi: i) il forte dinamismo che la caratterizza; ii) la difficoltà nella messa a punto di indicatori ad hoc; iii) i metodi di rilevazione.

20 Per una recente valutazione sull'esperienza delle reti civiche in Italia, si veda: S. Vicari Haddock, "Reti civiche e problemi di governo della città", in P. Ceri, P. Borgna (a cura di), La tecnologia per il XXI secolo. Prospettive di sviluppo e rischi di esclusione, Einaudi, Torino, 1998, pp. 323-340.

21 Il sistema telematico è disponibile presso il sito http://www.murst.it/ all'interno del quale è possibile trovare anche documenti sugli indirizzi programmatici dell'iniziativa.